ghostbusters-3-logo3

Uno.
Ormai passo la maggior parte del mio tempo su internet. Come la gran parte delle persone occidentali, anch’io lavoro davanti a un computer. È una questione di lavoro, e anche se la mia professione è scrivere articoli, la maggior parte del tempo lo passo a leggere gli articoli degli altri, sia per nutrire i miei pezzi, sia per nutrire i miei interessi — che ogni tanto è la stessa cosa. E così salto da lunghi sulla articoli di approfondimento sulla complicata situazione mediorientale, alla brevina sull’ultimo trailer di Game of Thrones, da un’intervista a qualche star di Hollywood, al retroscena cinematografico su qualche blog sconosciuto, da un racconto inedito di Stephen King sul New Yorker all’ennesimo comunicato stampa sulle bufale intorno all’identità di Elena Ferrante. Ne leggo delle belle, ne leggo delle brutte, ma ne leggo un sacco.

Contemporaneamente a tutto ciò, come tutti, bazzico costantemente i social, twitter e facebook soprattutto, e, come tutti, mi vedo scorrere davanti lo spettacolo vario di un’umanità che perde pezzi e si perde dietro a ogni cazzata, ogni polemica e ogni bufala — ormai su questo campo dobbiamo ammettere che si è sviluppato un certo professionismo — e ogni giorno penso che è uno spreco. Intendiamoci, non mi interessa il tempo che ognuno decide di sprecare scrollando la sua infinita timeline, ognuno spreca il tempo come vuole. No, a me sconvolge lo spreco di tanto ben di dio. Sì, perché contrariamente a quanto pensano in tanti, su internet c’è tanta di quella roba interessante da perderci il sonno. Solo che non è esattamente in superficie.

E visto che per lavoro io sotto quella superficie ci scavo dieci ore al giorno, quando con i miei quattro compari di avventura ci si è guardati in faccia e ci si è detti «Facciamo qualcosa e chiamiamolo SlowNews», la prima cosa che mi è venuta da fare è stato abbracciarli e con loro abbracciare l’idea. Ed eccomi qui.

Due.
Si può descrivere SlowNews in due modi, dipende da che parte lo si prende: il primo è dire che è una newsletter di content curation; il secondo è che è un modo di stabilire un contatto nello stesso tempo superinnovativo e supertradizionale (consiglio di vita: quando una cosa è sia innovativa che tradizionale, quello è il punto dove scavare): è un contatto economico diretto tra produttori e consumatori di informazione, un chilometro zero dell’informazione che, se cresce come sta crescendo, potrebbe diventare un gran bel modo che abbiamo noi, che le informazioni le cuciniamo, per farlo in maniera sempre più indipendente, e soprattutto, giustamente remunerata. Ora siete un centinaio scarso, ma se (un se che spero sia solo un quando) diventerete un paio di migliaia a seguirci, con pochi euro a testa ci dareste la più potente delle armi che può avere un giornalista: la libertà.

Tre.
Voi non lo potete vedere, ma quando ci incontriamo noi 5 e parliamo di SlowNews, nei nostri occhi si accende una lucina. Forse è solo pazzia, ma a me piace chiamarla passione. E mi fa sentire bene.

Slow News content curation

Slow News è finito su Il Ducato (testata online dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino), in un pezzo dal titolo Content curation, i giornalisti vanno a caccia dell’informazione di qualità.

Dania Dibitonto, che firma l’articolo, ha scritto di content curation e ha parlato di noi e di Good Morning Italia: due modelli complementari e diametralmente opposti, a mio modo di vedere ugualmente interessanti.

Se Good Morning Italia offre un servizio più mirato (e indissolubilmente legato all’attualità), quello che offre Slow News, se vogliamo, è più “astratto”, più “filosofico”. Sì, è vero, c’è da fidarsi delle nostre selezioni, da parte del lettore. Ma questo atto di fiducia che chiediamo, comunque, è reversibile: chi vuole può leggere una demo di Slow News. Chi vuole provarci per un mese può farlo, e se poi il mese pagato non viene ritenuto soddisfacente, semplicemente lo si rimborsa.

Il pezzo di Dania contiene anche, oltre a qualche riflessione del sottoscrito, spunti di Beniamino Pagliaro (Good Morning Italia) e di Pier Luca Santoro (DataMediaHub).

Slow News 15

Slow News n. 15 è uscito oggi, alle 7.14. Un numero importante, perché propone una storia attuale di 100 anni fa
, due storie attualissime e una lettura molto, molto bella sul mondo del cinema, che ci è stata suggerita da Davide, sound designer e nostro abbonato.
Il che ci ha dato l’idea per una rubrica estemporanea e aperiodica, che conterrà i vostri suggerimenti. Da inviarci via mail, naturalmente.

[La foto è di Francesco Tenaglia

Sócrates_-_Democracia_Corintiana

Non è raccomandabile di questi tempi gettarsi in una (seppur piccola) impresa editoriale, non si possono scegliere i compagni d’avventura troppo spesso, non è concesso a tutti di mettere in pratica convincimenti professionali maturati in anni di lavoro.

Con Slow News tutti i “no” lì sopra per me sono diventati dei “sì”.

La dedizione all’informazione è merce sempre più rara. Anzi è diventata proprio merce fuor di metafora, laddove l’impegno nel mondo editoriale dovrebbe essere motivato da una grande vocazione al racconto del mondo. L’ago della bussola invece è sempre invariabilmente rivolto verso il ricavo (o “monetizzazione” come si dice nel grande casinò dell’informazione, in particolar modo se parliamo di on-line): ecco perché Slow News costa poco.

Una squadra ben affiatata è già un bel punto di partenza per vincere un campionato e quando a elementi che coprono tutti i ruoi si aggiunge la capacità di autogestione paritetica, allora viene fuori la Democrazia Corinthiana. Siccome però non siamo nei primi anni ’80 e io non sono un calciatore, la realtà più stimolante a portata di mano negli ultimi tempi è stata Slow News. Perché quindi non provare a vivere un’esperienza da Socrates dell’internet?

La Rete è un bellissimo esempio della ciclicità del mondo concentrato in meno di un quarto di secolo. In cucina si torna alle verdure autocoltivate dopo l’indigestione industriale del ‘900, in architettura il legno è di nuovo il materiale più apprezzato, scalzando calcestruzzo e metalli, troppo compromessi come simboli della devastazione del territorio: non pare logico quindi che la newsletter, così maledettamente “anni’90” torni a rivestire un ruolo da protagonista nella comunicazione di contenuti editoriali? Ovvio che sì. E la lezione arriva da Oltreoceano, dove sulle questioni digitali, i colleghi giornalisti possono vantare quel “piccolo vantaggio” di modernità.

Insomma faccio slownews 1.perché credo che la buona informazione abbia un piccolo ma significativo valore 2.perché mi piace il lavoro di squadra con persone che ho scelto e che mi hanno scelto 3.perché è troppo divertente smentire chi definisce obsoleto lo strumento newsletter credendo di saperla lunga: abbiamo già vinto noi.

Alessandro Diegoli

Slow News - N.12

N. 12 di Slow News: partito alle ore 8.43 c.a., con MailChimp. È uno strumento che abbiamo potuto implementare grazie al vostro sostegno e che migliora decisamente la qualità della vita di chi manda alle abbonate e agli abbonati la nostra newsletter.

Per tutti, una raccomandazione: il primo invio di questo tipo potrebbe finire in qualche cartella a caso delle vostre gmail, per dire. Quindi: controllate bene e insegnate ai vostri software o alla vostra webmail che Slow News vi piace, è importante, non è “everything else” e nemmeno “spam”. Enjoy

[L’immagine è il pulsante di lancio di MailChimp: speriamo che sia andato tutto bene!]

slow news

Slow News, per quel che mi riguarda, nasce prima di tutto da una necessità personale: quella di creare un posto dove rallentare. Magari anche fermarmi.

Il mio lavoro consiste, fra l’altro, nello stare sul pezzo. Seguire le all news. Le notizie 24/7. Non sappiamo cosa andrà in onda oggi, ed è sacrosanto che sia così. Il mondo in diretta anche se poi in diretta ci mandi una notizia che non c’è. È stata e continuerà ad essere per un po’ la naturale evoluzione dell’informazione online. Live! Sta succedendo adesso (dura un’ora e 44 minuti: l’ideale per un momento slow) era il titolo di un incontro che ho tenuto insieme a Cinzia Bancone (TvTalk, Rai3) e Celia Guimaraes (Rai News) all’International Journalism Festival 2013.

Cos’è cambiato da allora nel mio lavoro? Praticamente nulla. Insieme al mio team in Blogo ho affinato le tecniche – che praticavamo, in maniera naif, fin dal 2007 –, potenziato la copertura, cercato di aumentare la qualità della produzione editoriale senza andare a scapito della velocità, cercato nuove strategie per il lavoro SEO (che significa non solo posizionare bene i pezzi per determinate chiavi di ricerca, ma anche rispondere all’utente facendolo atterrare su contenuti ben fatti: il click ha un valore).

Il tutto in maniera sempre più frenetica, mentre tutt’intorno imperversa la ricerca del click ad ogni costo e mentre il livello dell’informazione online si abbassa sempre di più, finché ti chiedi se sia ancora sensato cercare di fare qualità (che poi vuol dire dare un valore al click del tuo utente, metterlo al centro e quindi anche mettere al centro gli interessi del tuo progetto editoriale, ma va be’).

E allora c’era il bisogno di fare qualcosa d’altro.

Quante cose belle leggo sul web ogni giorno? Tante. E quanto le vedo condivise, raccolte, commentate? Molto meno di quel che meriterebbero.

Pensavo a questo, poi ho partecipato al convegno a Prato sul giornalismo digitale, ho sentito parlare di Conor Friedersdorf, ho pensato ad alcuni colleghi che avrebbero potuto accogliere l’invito a fare qualcosa di simile ma diverso.

In quell’occasione, a Prato, parlavo, genericamente, di slow news come modello contrapposto al junk news. Non al live: non penso che il live sia da buttare. Ma la spazzatura, be’, quella sì, ha un’unica destinazione naturale.

Così, con questi colleghi, ne abbiamo parlato, abbiamo condiviso, modificato, creato la filosofia alla base ed eccoci qua.

Ecco Slow News. Ecco perché.

È un lavoro residuale, che impiega pochi minuti al giorno del mio e del nostro tempo libero.

Ma sono convinto che lo slow journalism (e non solo perché quattro mesi fa qualcuno lo ha detto a una conferenza TED) sia destinato a crescere nel tempo, e dunque, visto che lo penso, era fondamentale farlo, creare qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Creare qualcosa di lento, con una filosofia di vita, prima ancora che di business, alle spalle: era una necessità.

Non so e non sappiamo cosa diventerà Slow News.

Per il momento sappiamo che andiamo avanti, grazie a tutti gli abbonati mensili e annuali che hanno scelto di affidarsi a quest’avventura per trovare grandi contenuti online.

[La foto è di Giorgia Polo]